di Carlo Buldrini edizioni Lindau pagg. 262 Euro 22,00
Tutti coloro che ricordano il cinema realista italiano degli anni del dopoguerra non potranno fare a meno di confrontare questo testo con il famoso 'Ladri di biciclette' per lo stesso taglio di rigoroso trasporto della realtà quotidiana, qui sulle pagine bianche e disponibili del libro, lì nel lungo nastro argentato di celluloide. Si assiste, nel leggere il testo, ad uno scorrere di immagini, ad un susseguirsi di foto in bianco e nero, forti, dure, anche crudeli ma che hanno la finalità di dare forza emotiva di impatto alla situazione del popolo tibetano, per colpire tutti coloro che, seduti nelle loro accoglienti poltrone, si interessano a quello che appare folclore lontano nello spazio e per certi versi, anche nel tempo. Qui l'Autore non interpreta, non sfoggia elaborazioni fantasiose, è un attento osservatore della realtà che lo circonda, riporta fatti vissuti in prima persona o parole di chi non ha nulla da guadagnare nel raccontare la propria personale esperienza. Scorrono davanti agli occhi del lettore immagini dal 1959 al 2005, che danno gli elementi necessari per comprendere e formarsi la propria idea, senza influenze esterne; come notizie d'agenzia si riportano gli avvenimenti a partire dal 10 marzo 1959 e li si rapporta allo stesso giorno di quarant'anni dopo; si riportano le parole di persone che hanno raccontato la loro storie, aprendo il proprio cuore e facendo riemergere dalla polvere del tempo il dolore, la sofferenza, l'incredulità, lo stupore di fronte a situazioni per loro inimmaginabili. L'Autore non ha evitato di fotografare anche situazioni controverse che oggi ancora agitano il popolo tibetano, quali la morte del X Panchen Lama e la susseguente situazione di riconoscimento di due nuove reincarnazioni, sempre contrapposte tra cinesi e tibetani, poi la questione del protettore Dorje Shuden, la storia di questo affaire religioso, i rapporti della polizia indiana e gli articoli dei giornali indiani sugli omicidi riconducibili a tale setta, la fondazione intuita dai cinesi a Lhasa per loro; e poi ancora la contemporaneità di due Karmapa e la fuga dal Tibet verso l'India di quello riconosciuto dal Dalai Lama. Nulla si risparmia l'Autore, il cronista, nello scandagliare gli aspetti della vita dei tibetani e di quanto hanno perduto, dalle loro modalità di vita, alla libertà di espressione, di pensiero e di religione, al rispetto della loro etnia, che significa storia, lingua, costumi, religione. In questi tempi odierni dove i grandi avvenimenti che coinvolgono l'umanità vengono presentati con punti di vista particolari, di parte e dove violenza, odio, separatismo, integralismo, interesse di parte sembrano essere le parole d'ordine per giustificare tutto, brillano come la luna piena del cielo notturno primaverile le parole del Dalai Lama, raccolte dal nostro Autore nel 1989 alla vigilia della partenza per Oslo per il conferimento del premio Nobel per la Pace; alla domanda 'Come eliminare l'odio dalla propria vita?' il Dalai Lama rispose: 'Se riflettessimo a fondo, potremmo capire che, quando i nostri nemici ci fanno del male, dovremmo provare gratitudine nei loro confronti. Può sembrare paradossale, ma sono proprio queste le occasioni che ci permettono di mettere alla prova la nostra pazienza. Abbiamo così la possibilità accumulare dei meriti e ricevere i benefici che da essi derivano. Il nostro nemico, invece, dovrà pagare per il torto commesso. È come se si sacrificasse per noi, a tutto nostro vantaggio. È per questo che non posso provare rancore neppure per i cinesi....'.
Leopoldo Sentinelli
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